biografia di Gabriele Mazzanti

Riccardo Tommasi Ferroni è uno dei massimi esponenti della figurazione internazionale contemporanea. Il suo aulico linguaggio espressivo e l'elevata maestria tecnica, sono doti difficilmente riscontrabili in altri Maestri di questa seconda metà di secolo. Alla luce degli odierni orientamenti artistici, egli rappresenta un caso - quasi unico - di artista che ha precorso con un anticipo di circa vent'anni, quel ritorno al figurativo, affermatosi in Italia solo a partire dai primi anni ottanta, e destinato ad esitare nella “vera” avanguardia dei nostri tempi. In altri termini, egli è fautore di una poetica tesa a dimostrare come, - nell'era cibernetica -, sia ancora possibile e veritiero esprimersi recuperando i mezzi di una secolare tradizione: quel “mestiere” quasi dimenticato e misconosciuto dai più, e, invece, giustamente considerato il fondamento di ogni disciplina artistica.

Nato a Pietrasanta, - piccolo centro della provincia lucchese, il 4 dicembre 1934 - la sua attività di pittore si innesta nel solco di una tradizione artistica familiare risalente alla fine del XVII secolo. Il padre, - lo scultore Leone Tommasi -, formatosi sugli studi di scultura a Roma e poi a Milano presso l'Accademia di Brera, trasmetterà al giovane figlio il senso della dignità del lavoro artistico e la passione per il disegno. Tale educazione, diverrà ben presto una reale vocazione, personalmente approfondita attraverso lo studio e il recupero dell'illustre passato: dalla tradizione Manierista e Barocca, a quella Settecentesca, fino ai più inquietanti esiti Novecenteschi. Su tali premesse, poggia la sua prima formazione, avvenuta in un ambiente familiare raffinato e colto, che accoglierà pure la vicenda artistica del fratello Marcello, - erede della tradizione scultorea familiare -, e, quella futura, dei figli Giovanni ed Elena.

Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica al liceo di Viareggio, Riccardo Tommasi Ferroni studia a Firenze presso la facoltà di Lettere e Filosofia, frequentando anche l'Accademia di Belle Arti.

La formazione umanistica è ben evidente nelle sue opere: soggetti mitologici, alternati a temi letterari classici, - trasposti in una dimensione paradossale e immaginaria in cui la cronaca convive con la storia, l'antico col moderno, il tragico con l'ironico, il sacro col profano -, originano un personale linguaggio stilistico saturo di citazioni colte. L'iter formativo di Riccardo Tommasi Ferroni sembra seguire il modello biografico dell'artista rinascimentale: come quegli illustri artisti, dopo un periodo di formazione in Toscana, si sposta a Roma per perfezionare la propria arte. Il trasferimento nella Città Eterna, avvenuto negli anni 1957/58, determinerà una svolta importantissima per la propria esperienza umana ed artistica.

A contatto del vivace ambiente della capitale, - che quasi sempre figura da ambientazione scenografica alle sue opere -, Tommasi Ferroni darà forma alle più belle “pagine” della sua storia artistica. Nascono i primi capolavori giovanili: Gli indemoniati di Gerasa (1965) , nella cui atmosfera “notturna”, dai lontani richiami annigoniani, egli palesa precocemente, la sua inconfondibile cifra stilistica nella resa “scultorea” del modellato delle vesti, destinata a riproporsi nei dipinti della maturità, ed anzi, ad evidenziarsi in virtù di quel suo tipico contrasto con i morbidi e raffinati incarnati corporei.

La scelta poetica di Tommasi Ferroni desta, - fin dagli esordi -, l'attenzione della critica, che in questi anni, propende nell'attribuire alle sue iconografie, il mesto senso di un' inesorabile decadenza della civiltà occidentale. Alla fine degli anni sessanta, è Raffaele De Grada a fornire un ulteriore contributo critico all'esegesi ferroniana, identificandolo nella figura dell'artista colto in rivolta contro la tecnologia e la degenerazione estetica dell'età contemporanea, ed inoltre, identificandone gli ascendenti culturali, nelle atmosfere metafisiche di Giorgio De Chirico, e nella interpretazione cinematografica della Roma Felliniana.

Nel 1965 è presente per la prima volta alla IX Quadriennale di Roma, esperienza che si ripeterà nel 1972 e 1986, e, sempre nel 1965, partecipa alla IV Biennale d'Arte Contemporanea di Parigi su invito del critico Fortunato Bellonzi.

Intanto si susseguono, anno dopo anno, a partire dai primi anni sessanta, le esposizioni nelle più importanti città italiane (1965, 1966, 1967, 1972, 1977, 1979, 1981, 1984, 1986, 1987, 1992, 1995, 1997, 1998: Roma - 1968, 1974, 1986, 1990, 1994, 1999: Bologna - 1968, 1973, 1976, 1983, 1990, 1995: Torino - 1969: Padova - 1969, 1971, 1975, 1980, 1991: Milano - 1969: Palermo - 1970: Alessandria - 1970, 1994: Firenze - 1970, 1984, 1996: Genova - 1971: Napoli, Perugia - 1971, 1982, 1986: Parma - 1971, 1992: Verona - 1972: Siena, Treviso - 1975: Busto Arsizio - 1984, 1991: Brindisi - 1985: Avellino, Faenza - 1989: Aosta - 1993: Senigallia - 1994: Lucca, Viareggio - 1996: Pienza, Sulmona - 1997: Seregno - 1999: Montecatini Terme).

Negli anni settanta, Tommasi Ferroni darà prova delle sue ineguagliabili capacità tecniche e delle sue altrettanto straordinarie invenzioni, con opere di potente suggestione: Interno (1971), Venere, Marte e Amore (1972), Allegoria romana (1972), Ripresa televisiva (1973), Ratto d'Europa (1975), Concilio degli Dei (1977), L'Accademia degli Smarriti (1979).

Sono opere che conducono ad ulteriori risultati critici, ravvisando nell'artista, la condizione dello sradicato temporale, di colui che elevando a statuto della pittura il secolo diciassettesimo, si trova a vivere un'epoca a lui estranea, cercando di adattarvisi richiamando alla memoria le immagini, le situazioni, le idee, i valori dell'epoca che gli è propria.

A partire dagli stessi anni, si moltiplicano le esposizioni personali e collettive all'estero, che eleveranno oramai la posizione del Nostro, in un incontrastato scenario di notorietà mondiale (1974, 1975, 1985: Amsterdam - 1965, 1977, 1980, 1981, 1982, 1983: Parigi - 1979, 1982, 1986: New York - 1966: Sidney - 1976: Cracovia - 1977: Vienna - 1978: Atene - 1979: Grenoble, Quito, Newport - 1980: Buenos Aires, Rio de Janeiro, S. Paolo del Brasile - 1981: Salisbury, Nairobi, Addis Abeba, Città del Capo - 1982: Mogadiscio, Alessandria d'Egitto, Melbourne, Dakar - 1984: Londra - 1986: Madrid, Los Angeles - 1987: Tokyo - 1993: Gand).

Gli anni ottanta, si aprono all'insegna di alcuni importanti eventi: nel 1982, Tommasi Ferroni viene eletto membro della prestigiosa Accademia romana di San Luca; nello stesso anno, fornisce i disegni per le “Regine” di Franca Valeri, componimenti di carattere ironico e comico scritti dalla nota attrice; ma l'evento più importante in assoluto di questo anno, è la partecipazione alla Biennale di Venezia. L'evento non sarà privo di amari risvolti, a causa di una spiacevole polemica scaturita tra il pittore toscano e il direttore del Beaubourg di Parigi, Jean Clair , che coinvolse anche il pittore spagnolo Antoni Tàpies; a conferma del triste fatto che, l'eterna diatriba tra artisti astratti e figurativi, non è stata a questa data, ancora pacificamente risolta.

Gli anni ottanta danno alla luce opere di intenso lirismo: Un bacio ancora (1980), Cena in Emmaus (1982), Abramo e Isacco (1983), Incredulità di San Tommaso (1983), Grande battaglia romana (1984), Una partita a scacchi (1986), Per la vittoria di Lepanto (1988), Desinare al Gianicolo (1989).

Questi anni registrano inoltre una maggiore intensità del dibattito critico, non solo in Italia - dove peraltro annovera lo scrittore Leonardo Sciascia e il noto critico Vittorio Sgarbi -, ma anche all'estero, arrivando a coinvolgere perfino l'ambiente culturale statunitense, per il quale, l'opera ferroniana studiata da Valentin Tatransky, assume i connotati di una pittura intellettuale permeata di significati allegorici.

A metà degli anni ottanta, Tommasi Ferroni torna a vivere nella sua terra di origine: la Versilia, nella cui tranquillità, - favorita dalla residenza in un' idilliaca villa settecentesca alla Pieve di Camaiore -, continua la sua attività di pittore, perseguendo con coerenza, le scelte poetiche adottate fin dagli esordi. Ne sono testimonianza la serie di opere in stretta sintonia con le precedenti: Apollo e Dafne (1990-91), Marsia e Apollo (1992), San Giorgio e il drago (1995), Mercoledì delle ceneri (1995), Non son Geni mentiti (1996).

Contemporaneamente al graduale risveglio della critica, da un torpore durato troppo a lungo nei riguardi del genere figurativo, anche la pittura di Tommasi Ferroni diventa oggetto di un rinnovato interesse; così che, dal 1992, egli appare un artista storicizzato, il suo nome viene menzionato da Antonio Del Guercio, nella “Storia dell'Arte in Italia” edita da Garzanti.

Il rinnovato interesse per la sua opera, è pure confermato dall'uscita della terza monografia nel 1992, nella quale Marco Goldin, darà una svolta critica all'esegesi ferroniana attribuendo all'intero “corpus” dell'opera, un valore autenticamente contemporaneo, poiché - secondo il critico - le avanguardie artistiche, seppure rifiutate, non vengono ignorate, essendo la sua una “costruzione culturale” che le assimila, mimetizzandole all'interno del suo mondo per divenirne parte integrante.

La fine del secolo è altresì un momento che riveste una particolare importanza nella carriera del pittore, per un fatto di cronaca che lo vede coinvolto e che assumerà una risonanza mondiale. Nell'Autunno del 1998, in occasione della mostra Leonardo e la pulzella di Camaiore (Inediti vinciani e capolavori della scultura lucchese del primo Rinascimento), Mario Pedretti, - curatore della mostra, nonché massimo esperto dell'opera di Leonardo -, attribuì erroneamente un suo disegno giovanile (Cavallo impennato con cavaliere nudo) al celeberrimo Maestro da Vinci. Il caso ebbe una risonanza internazionale: Tommasi Ferroni era diventato involontariamente protagonista di un fatto riconosciuto e definito come “il caso dell'anno”, dalle più importanti testate giornalistiche mondiali; e ciò, a dimostrazione dell'assunto che, il riferimento ai grandi maestri del passato, - da sempre prerogativa dell'esegesi ferroniana -, non era frutto di azzardate teorie critiche, ma di una reale affinità “di mano” ai grandi geni del passato e, addirittura ... al più grande di tutti i tempi!